A partire da un insegnamento di Lama Michel Rinpoche
Dove il monastero di Nalanda si affaccia sulla storia del pensiero indiano, un monaco silenzioso — che i confratelli guardavano con sospetto perché sembrava dedicarsi soltanto al riposo — stava in realtà componendo, nelle ore notturne, uno dei testi più luminosi della letteratura buddhista. Il suo nome era Shantideva, e il testo che avrebbe consegnato al mondo, il Bodhisattvacharyavatara, custodisce ancora oggi, nel sesto capitolo, una delle più profonde riflessioni sulla natura della Pazienza.
Il verso che rovescia lo sguardo
Al momento dell’esame che avrebbe dovuto espellerlo dal monastero, Shantideva sale — secondo la tradizione — su un seggio troppo alto per lui, e, interrogato, chiede se debba recitare un testo già esistente o una composizione propria. Sceglie la seconda via, e comincia. È in quel momento che pronuncia i versi che ancora oggi risuonano nel cuore del Sentiero:
«Non esiste austerità come la Pazienza, e non esiste forza negativa come la Rabbia.»
Le parole meritano di essere lette con lentezza. Austerità, nel contesto indiano dell’epoca, indicava una pratica faticosa che portava un beneficio reale. Shantideva non parla di una virtù docile o accomodante: parla della più nobile fra le discipline dell’Anima, di quella pratica che chiede una fatica autentica ma che consegna, in cambio, un frutto incomparabile.
Che cosa è la Pazienza, davvero
Prima di comprendere l’insegnamento, occorre liberare la parola pazienza dai suoi significati comuni. Non si tratta di sopportazione passiva, né di rassegnazione, né di quel sorriso di facciata che nasconde tempeste interiori. La Pazienza, in questa prospettiva, è non perdere il proprio equilibrio dinanzi a una situazione che ci porta fuori dalla zona di conforto.
L’oggetto che ci scuote può essere qualunque: il comportamento di una persona, una circostanza materiale, un ricordo, persino un oggetto — Lama Michel ricorda con ironia di aver visto qualcuno arrabbiarsi con l’angolo del letto. Ciò che conta non è l’oggetto, ma la reazione interiore. E qui la Pazienza si dispiega in due direzioni: da un lato la capacità di rimanere centrati quando qualcosa ci disturba; dall’altro la costanza di proseguire lungo il proprio cammino anche quando la fatica, il freddo, il caldo, l’imprevisto tentano di distoglierci.
Non basta trattenere l’aggressione fisica o verbale: si può tacere, sorridere, dissimulare, e tuttavia essere già fuori dall’armonia interiore. In quel caso, la Pazienza è già stata perduta.
La forza distruttiva della Rabbia
L’altra metà del verso di Shantideva è altrettanto radicale: non esiste forza più distruttiva della Rabbia. Chi si arrabbia sa, per esperienza, che l’aggressività ha la capacità di distruggere ciò che è stato costruito positivamente. Una relazione di fiducia si costruisce lentamente, a volte in anni; un solo istante di aggressività può incrinarla o cancellarla.
Lama Michel richiama qui l’immagine, ripresa da un suo maestro, Lama Gangchen Rinpoche: quando ci arrabbiamo diventiamo come un oracolo, un medium. La persona vera e propria si assenta, e attraverso di lei parla lo spirito della Rabbia. Non siamo più noi stessi: è la Rabbia che parla, che prende le decisioni, che compie i gesti. E quando torniamo in noi, ci ritroviamo responsabili di ciò che è stato detto e fatto in quel tempo che non ci apparteneva.
Nagarjuna e, dopo di lui, Chandrakirti — reincarnazione, secondo la tradizione, di quel Buddhapalita che era stato scartato dai grammatici di Nalanda per la sua origine umile — insegnano che un solo istante di Rabbia può distruggere un tempo incalcolabile di energia positiva. I numeri lasciano perplessi, ma l’esperienza quotidiana li conferma: tutti abbiamo visto quanto una parola pronunciata nell’ira possa ferire, e quanto tempo occorra perché quella ferita si rimargini.
L’io e il mio come radice
Perché ci arrabbiamo? Nella lettura di Lama Michel, alla base di ogni Rabbia c’è quasi sempre un’attitudine dell’io e del mio. Viviamo il mondo che ci circonda usando come punto di riferimento noi stessi, e quando una situazione sembra minacciare quell’io, ci mettiamo sulla difensiva e passiamo al contrattacco.
Lo sguardo si sposta se ci ricordiamo che l’unico essere al mondo che ha davvero il potere di togliere il nostro equilibrio siamo noi stessi. Nessun altro può farlo, se non gli concediamo quel potere.
È lo stesso insegnamento che, in un altro linguaggio, Epitteto aveva già consegnato ai suoi lettori. Nel Manuale, il filosofo stoico distingue le cose che dipendono da noi — i pensieri, le emozioni, i valori, le scelte, le azioni — da quelle che non dipendono da noi: il comportamento degli altri, le loro parole, il tempo che fa, tutto ciò che ci circonda. La sofferenza nasce dal cercare di avere controllo su ciò che non dipende da noi; la felicità si trova nel controllo di ciò che dipende da noi. Epitteto, che era schiavo, portava questa consapevolezza fino a un estremo che oggi ci appare forse eccessivo — comprendendo il corpo fra le cose che non dipendono da noi — eppure la distinzione, se ci abitiamo davvero, cambia il modo in cui abitiamo il mondo.
Un ricordo personale
Lama Michel racconta un episodio della propria vita, avvenuto nel 2016-2017, negli anni delle pratiche per i permessi del tempio. Una situazione che intrecciava minaccia ed estorsione lo portò a un momento di collera vera: la voce alzata, il viso a un palmo dall’altro, la forza di aggressività che, per un istante, chiedeva di prendere corpo. Bastò un minuto, forse meno. Poi la calma tornò, e con essa un dolore fisico che durò ore. Da quell’esperienza nacque un impegno personale: non permettersi mai più di reagire in quel modo, perché quella reazione fa male, prima di tutto, a sé stessi.
L’episodio insegna qualcosa di essenziale: non concediamo agli altri il potere di toglierci l’equilibrio. Chi ci ricatta emotivamente — «se fai così, io mi arrabbio» — vive un problema che è suo, non nostro, finché non decidiamo di firmare quel contratto.
Le tre soglie della pratica
Il lavoro sulla Rabbia non è mai istantaneo, e Lama Michel indica tre livelli attraverso cui la pratica si sviluppa.
Il primo livello è quello del riconoscimento e della distanza. Ci accorgiamo che, in certe situazioni, non riusciamo a reagire senza aggressività, e allora — con onestà — ci allontaniamo. Non attribuiamo la colpa all’oggetto o alla persona: riconosciamo la nostra fragilità e scegliamo di non esporci finché non siamo pronti. Come chi, sapendo di non dover bere l’acqua, non se la mette davanti finché non ha coltivato la forza di guardarla senza prenderla.
Il secondo livello è quello della consapevolezza dentro la situazione. Restiamo, osserviamo la propria reazione, vediamo il momento in cui usciamo dalla zona di conforto, il passaggio alla difensiva, la nascita del contrattacco. All’inizio vediamo tutto questo e ci arrabbiamo comunque — e questo è già un ottimo segno. Poi, gradualmente, riusciamo a creare uno stacco interno: riconosciamo l’onda della Rabbia come qualcosa di impermanente, che viene e che passa, e non le concediamo il nostro corpo, le nostre parole, i nostri pensieri. Da lì si passa alla generazione dell’antidoto: compassione, consapevolezza, gratitudine, rispetto, autocontrollo, calma, equilibrio.
Il terzo livello, quello più avanzato, appartiene a chi riconosce la natura energetica stessa della Rabbia: forza di opposizione che, invece di scagliarsi contro ciò che ci disturba dall’esterno, si volge contro la vera radice della sofferenza — l’egoismo, l’ignoranza, l’autoreferenzialità. Quella stessa energia che ci distruggerebbe diventa allora, come una benzina, il carburante della pratica dell’amore, del rispetto, della Pazienza. È ciò che, nel simbolismo tantrico, viene rappresentato da Yamantaka: la forza di distruzione direzionata contro l’ignoranza che è alla radice della sofferenza.
Vedere l’altro
C’è ancora un movimento essenziale che la Pazienza chiede: vedere l’altro. Quando qualcuno ci aggredisce, quella aggressività non è mai altro che la manifestazione di una sofferenza. Nessuno reagisce con Rabbia se è nella propria zona di conforto, in uno stato di equilibrio. Chi ci attacca sta soffrendo, e quel modo di reagire genererà per lui ancora più sofferenza.
Riuscire a vedere l’altro dentro il proprio processo — mantenendo, quando serve, anche una sana distanza di sicurezza — protegge tantissimo. La compassione non è debolezza: è armatura.
Ed è, allo stesso tempo, il rovescio dell’onestà con cui Lama Michel ci invita a interrogarci quando restiamo male davanti a chi soffre e non sappiamo aiutarlo: molte volte, se ci osserviamo con lucidità, non stiamo male per l’altro, ma perché noi siamo usciti dalla nostra zona di conforto nel vedere la sua sofferenza. Anche qui, la chiave è togliere un po’ di mezzo l’io.
Le scarpe del saggio
Il capitolo si chiude su un’immagine che è, forse, la più famosa che Shantideva ci ha lasciato. Egli si domanda: è possibile ricoprire l’intera superficie della terra con il cuoio, per camminare ovunque senza ferirsi? La risposta è ovvia: no. L’unico modo di camminare confortevolmente ovunque è farsi delle scarpe.
Non possiamo pretendere che tutte le situazioni della vita ci vengano incontro secondo le nostre aspettative, che ogni persona rispetti la nostra zona di conforto, che il pavimento del mondo sia sempre liscio. Possiamo, invece, calzare la Pazienza: mantenere il nostro equilibrio, la nostra forza interiore, ovunque ci troviamo. Allora il Sentiero — anche quando è aspro — diventa percorribile.
Alla base di tutto, come radice ultima, c’è ciò che sostiene ogni vera Pazienza: l’amore, la compassione, l’altruismo. E ciò che sostiene la Rabbia è, all’opposto, l’ossessione dell’io.
Nella pratica quotidiana, quando la logica non basta e l’onda arriva, Lama Michel suggerisce un piccolo gesto che vale una disciplina: imparare a respirare. E se si dice che è bene pensare prima di parlare, forse è ancora più prezioso pensare prima di pensare — concedersi un istante fra un pensiero e l’altro, prima che il pensiero si fissi e diventi decisione.
Perché, in fondo, succeda quel che succeda, nulla è una ragione sufficiente per perdere il nostro equilibrio. Quando questa certezza attecchisce nel profondo, un passo importantissimo è già stato compiuto lungo il Sentiero.
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