Un tempo, su una costa pietrosa del nord, viveva un giovane pescatore che non sapeva cantare.
Gli altri, quando tiravano le reti, intonavano antichi richiami per far risalire i pesci; lui, invece, taceva, perché la sua voce gli sembrava opaca come un secchio vuoto.
Una notte udì un ronzio nel vento. Proveniva dalla conchiglia spezzata che usava come ciotola per il sale: «Se vuoi sapere cos’è reale, seguimi quando il mare tace», disse la voce, sottile e salmastra.
All’alba il mare si fece di vetro. La conchiglia rotolò verso riva e il pescatore la inseguì, oltre gli scogli, finché cadde in acqua.
Cadde, e la corrente lo portò in un mondo sottomarino dove i pesci parlavano come bambini, e le correnti brillavano d’argento. Lì trovò pace e compagnia: costruì una capanna di corallo, prese moglie tra le figlie dell’acqua, ebbe tre figli dalla pelle lucente. I giorni scorrevano come sogni trasparenti.
Poi venne la tempesta abissale. Il vento mescolò le acque, gli abissi si scossero. In un attimo vide la sua casa dissolversi in bolle, vide i suoi figli risucchiati nel vortice, la moglie che svaniva come sabbia nel buio liquido.
Strinse solo la conchiglia. Non gridò: il silenzio gli riempì la bocca come una pietra.
Quando riaprì gli occhi, era sulla sua barca, la rete vuota stesa ai piedi, il sole alto. Davanti a lui, la conchiglia era ancora crepata, gocciolante d’acqua marina.
«Allora?» disse il vento. «Hai trovato ciò che è vero?»
Il pescatore sorrise piano: prese un pugno di sale e lo lasciò cadere in mare.
«Era un sogno», sussurrò. Poi aggiunse: «Ma anche il sogno aveva sapore.»
Motto finale:
“Solo ciò che svanisce lascia gusto di verità.
