C’era una volta, in una terra di sabbia e stelle, un giovane cercatore di verità di nome Nadir. Aveva viaggiato per molte lune, interrogando saggi, leggendo pergamene, ascoltando canti antichi, ma il suo cuore era ancora inquieto. “Dove si nasconde la voce di Dio?” chiedeva a ogni passo. “Perché il mondo parla, ma io non comprendo?”
Un giorno, giunse a un villaggio dove si diceva vivesse un derviscio che parlava con il vento. Nadir lo trovò seduto accanto a un pozzo, in silenzio, con gli occhi chiusi e il volto rivolto al cielo.
“Maestro,” disse Nadir, “insegnami a udire la voce divina.”
Il derviscio aprì gli occhi, sorrise e indicò il pozzo. “Parla al pozzo,” disse. “Raccontagli tutto ciò che hai nel cuore.”
Confuso, Nadir si chinò e parlò al pozzo: delle sue paure, delle sue domande, dei suoi desideri. Le sue parole caddero giù come sassolini e tornarono su in forma d’eco, come se il pozzo masticasse la voce senza restituire senso.
Nadir si ritrasse. “Non capisco,” disse. “Il pozzo non risponde.”
Il derviscio si alzò. Fece un passo, poi un altro, e si fermò al bordo. Ora taci – disse – Ascolta.
Nadir chiuse gli occhi. Il vento soffiava lieve. Il pozzo taceva. E nel silenzio, qualcosa cambiò. Non più parole, non più domande. Solo il battito del cuore, il respiro della terra, il canto invisibile che non ha voce. Non c’era una frase da afferrare, non c’era una risposta da portare via, e proprio per questo la sua inquietudine cominciò a sciogliersi. Passò un tempo che non aveva numero. Quando Nadir riaprì gli occhi, il mondo sembrava più vicino. “È come se tutto mi stesse parlando,” sussurrò, quasi temendo di rompere l’incanto.
Il derviscio annuì. “Il pozzo non è lì per risponderti,” disse. “È lì per svuotarti. Quando il cuore si fa vuoto, il vento vi entra e danza.”
